Intervista a Giacomo Zucco dopo evento WMO a Torino

28 aprile Articoli

Pubblichiamo l’intervista concessa da Giacomo Zucco al giornale online Civico 20 News nel contesto dell’evento WMO sulla Capital Protection svoltosi a Torino il 13 aprile.

Approfittando della sua venuta a Torino, ove lunedì della scorsa settimana ha partecipato al convegno “L’aggressione dello Stato alle Libertà fondamentali della Persona”, abbiamo rivolto qualche domanda al dottor Giacomo Zucco, con particolare riferimento al movimento Tea Party.

Dottor Zucco, chi siete?

Il movimento Tea Party è nato in America nell’ultimo anno della presidenza di G. W. Bush: una piattaforma aperta e tematica animata da milioni di uomini e donne preoccupati dall’enorme mole di risorse che il governo federale sottrae all’economia sana per regalarle a banche fallite e amici degli amici.

Il nome del movimento richiama l’episodio del Boston Tea Party (“Ricevimento del Tè di Boston”), la rivolta fiscale che ha dato il via alla guerra di Indipendenza americana, ma è anche letto ironicamente come un acronimo: Taxed Enough Already Party (“Partito dei Già Abbastanza Tassati”).

Il movimento è cresciuto esponenzialmente con l’avvento di Obama e con le sue politiche ancora più stataliste, interventiste e disastrose di quelle di G. W. Bush.

Ha profondamente rivoluzionato prima il Partito Repubblicano (“buttando a mare” come casse di tè molti politici uscenti del partito, statalisti fino al midollo, e sostituendoli con nuove leve più orientate alla riduzione del ruolo e del peso del governo) e poi la politica americana nel suo complesso.

Nel 2010, alcuni attivisti anti-statalisti in varie parti del mondo hanno creato, come provocazione ed esperimento, dei gruppi Tea Party locali. Tra questi c’è il Tea Party Italia, il più grande gruppo al di fuori del mondo anglosassone, nato con un semplice banchetto presidiato da pochi ragazzi di Prato, nel 2010, e arrivato in 5 anni a essere una voce credibile, coerente e interessante sul panorama politico nazionale.

Il Jobs Act, il Patto di Stabilità e gli altri provvedimenti governativi  strombazzati da Renzi, non hanno generato fiducia nei confronti degli  investitori, serenità nei risparmiatori, propensione a spendere da parte dei  cittadini, né tantomeno incrementi occupazionali. Cos’é che non ha funzionato?

 Il Jobs Act è come un’aspirina contro il cancro: è poco, arriva tardi ed è mal concepito. Anche una riforma del lavoro radicale e intelligente, che eliminasse totalmente intromissioni e distorsioni politiche in un mercato importante come quello del lavoro, ripristinando la libertà contrattuale e generando occupazione, avrebbe comunque difficilmente portato risultati decisivi su investimenti, serenità e consumi.

Il lavoro ultra – sindacalizzato e sovra-regolamentato è solo uno dei problemi del sistema economico italiano, che vede più della metà delle risorse intermediate e disperse dall’inefficienza e dalla corruzione della macchina statale.

In più, il Jobs Act è tutt’altro che radicale e intelligente: è il solito topolino confuso partorito dalle montagne di retorica di Renzi. Volendo trovarci qualcosa di positivo, direi che è proprio la retorica con cui è stato propagandato. Per una volta anche a sinistra è passato il messaggio che la dittatura sindacale, la distruzione della libertà contrattuale e i privilegi sistematici di alcuni ai danni di altri sono una sciagura e non una conquista.

Quali sarebbero le misure basilari che il pur deprecato Governo Renzi  dovrebbe adottare?

Ripristinare innanzitutto un minimo di diritto in campo fiscale, eliminazione del solve et repete, applicazione immediata, integrale e senza sconti dello statuto del contribuente, ripristino della presunzione di innocenza e dell’onere della prova al fisco, impossibilità di aggressione fiscale verso chi non ha capacità contributiva, eliminazione del sostituto di imposta (un lavoro coercitivo non pagato che lo Stato impone agli imprenditori, in violazione della costituzione), abolizione di abomini giuridici come il “reato di auto-riciclaggio”, ripristino della privacy finanziaria ed economica e smantellamento del Grande Fratello fiscale.

In secondo luogo, un tamponamento dell’emergenza del debito fatta utilizzando il patrimonio statale o para-statale. Quando un’organizzazione è in difficoltà per un passivo, utilizza il suo attivo, non va a razziare il patrimonio altrui (tra l’altro la vendita immediata, a qualsiasi prezzo, di beni statali o para-statali, vincolando i ricavati alla riduzione del debito, avrebbe come positivo effetto collaterale la fuoriuscita delle distorsioni politiche e burocratiche da tutti i settori in cui oggi le mani dello Stato si protendono con effetti disastrosi).

In terzo luogo, andrebbe operata una vera e propria rivoluzione fiscale e contabile: il carico fiscale andrebbe spostato quasi esclusivamente sui Comuni, liberi di scegliere aliquote e di allocare spese (eventualmente consorziandosi tra loro per spese su scala maggiore), generando un positivo fenomeno di concorrenza fiscale; andrebbe separata in modo esplicito e trasparente, con contabilità separata, la tassazione mirata ai servizi (sui quali dovrebbe esserci la possibilità di scegliere tra il fornitore statale e altri concorrenti, anche in campi per ora monopolizzati come quello delle pensioni o dei servizi pubblici locali) dall’imposizione basata su pretesti di solidarietà (che dovrebbe essere poi erogata con vaucher e buoni, per esempio per scuola, ospedali o generi di prima necessità, da spendere liberamente sul mercato); andrebbe di conseguenza ridisegnata l’intera spesa pubblica con un sistema “zero-based budget”.

Infine, andrebbe pesantemente deregolamentato (o per lo meno regolamentato solo a livello comunale, generando una concorrenza istituzionale elevata) ogni settore economico, lasciando le persone libere di scegliere, sbagliare, imparare, ognuno con le proprie responsabilità.

Sembrano idee assolutamente radicali, e in un paese caduto nel fanatismo e nella superstizione del “Dio-Stato”. In effetti lo sono, ma si tratta da un lato di buon senso e dall’altro delle uniche mosse che potrebbero arrestare ed invertire l’inesorabile declino italiano.

Quant’è costato al contribuente italiano, l’elenco degli sprechi e delle scelte  politiche errate in materia di politica industriale e di welfare, adottate dai  governi che si sono succeduto negli ultimi 20 anni?

Un’enormità. Teniamo conto che il dato della pressione fiscale, che già sembra minacciosamente vicino al 50% e che è tra i più alti in Europa, è in realtà un dato “taroccato”, comprendendo al denominatore anche il mercato sommerso (su cui l’imposizione fiscale non si applica) e partite di giro come gli stipendi statali. Un dato più significativo è quello del Total Tax Rate, che vede quasi il 70% della ricchezza prodotta in Italia divorata dalle fauci del fisco e gettata nella cloaca della spesa politica.

Come commenta il crimine della deindustrializzazione provocata dalle scelte  dei governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni?

Quando politici e burocrati, che non hanno le competenze, le informazioni e gli incentivi per prendere scelte industriali razionali, si sostituiscono nel processo decisionale a imprenditori e investitori di mercato, il risultato non può che essere disastroso. In un senso o nell’altro.

Secondo Tea Party, traendo anche esempio da situazioni verificatesi in altri  Paesi, quale potrebbe essere l’argomento vincente per fare acquisire, oggi, la  “coscienza liberale” al ceto medio ed ai non assistiti, divenuti bersaglio e  obiettivo facile delle rapine da parte degli ultimi governi?

Non sarà una battaglia facile, ed è prima di tutto culturale. Innanzitutto è necessario che il ceto produttivo capisca l’entità della rapina a cui è sottoposto, finendola con un’insensata “guerra tra poveri” (dipendenti contro imprenditori, autonomi contro multinazionali, ecc.): esistono solo due parti significative in campo, produttori e parassiti, e la seconda sta distruggendo la prima, condannandosi così a morte a sua volta.

In secondo luogo è necessario che le persone si sveglino da una vera e propria superstizione fanatica: la mistica del “dio-stato” secondo la quale questa istituzione è qualcosa di magicamente diverso dalla semplice somma dei politicanti e burocrati (umani, fallibili e corruttibili come tutti) di cui è composto.

Infine, occorre riscoprire il valore positivo del concetto di proprietà privata, che non è un crimine, non è una colpa, non è una concessione governativa, ma è il fondamento stesso di ogni civiltà.

Autonomia, Federalismo, Secessione. In prospettiva quale scenario potrebbe  liberare il contribuente dalla cattività odierna?

Uno scenario di secessione dei territori più produttivi, generando una forte concorrenza e responsabilizzazione, sicuramente finirebbe per ridurre il carico fiscale (basta osservare la correlazione tra tassazione e concorrenza istituzionale a livello mondiale per capire come questo processo funziona: dove i tartassati sono facilitati nel “votare con i piedi” a basso costo, le pretese del fisco calano drasticamente), si tratta però di uno scenario che politicamente sembra oggi molto più lontano che non 25 anni fa.

Forse le vicende della Catalunya potrebbero fungere da catalizzatore per un ritorno forte delle istanze secessioniste, ma per ora si tratta purtroppo di fenomeni culturalmente e politicamente marginali in Italia.

Autonomia e federalismo sono principi che potrebbero costituire una soluzione intermedia, meno efficace ma politicamente più “vendibile”, a patto che queste parole siano usate nel loro reale significato e non per coprire operazioni di segno opposto.

Autonomia vuol dire che un’organizzazione spende autonomamente i propri soldi, non i soldi altrui, come nel caso di tante regioni “autonome” italiane; federalismo vuol dire che enti sovrani e indipendenti si alleano in un patto mettendo in comune qualche risorse, non che nel contesto di uno stato centralista si aggiunge un po’ di rapina fiscale delegata agli amministratori locali (magari con parametri decisi dallo stato centrale e con una refurtiva che finisce tutta nelle casse dello stato centrale, come nel caso dell’IMU di Mario Monti, vera e propria antitesi del federalismo).

Grazie, dottor Zucco.

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