Bankitalia all’assalto di Bitcoin: intervista a Zucco e Cimatti

27 marzo Articoli

Pubblicata da Giacomo Bombana su L’Indro

Oramai è un fatto: dovremo abituarci a convivere con il fenomeno delle monete digitali. Bitcoin, la più conosciuta e sviluppata in termini di capitalizzazione (circa 4 miliardi di dollari), ha infatti appena vissuto un anno terribile, con la bancarotta di una grossa piattaforma di scambio (Mt Gox) e l’hackeraggio di Bitstamp, a cui è stato sottratto l’equivalente di 5 mln di dollari. Il valore è crollato (-67% nel 2014), eppure Bitcoin è ancora tra noi e sembra godere di buona salute: gli scambi commerciali l’anno scorso sono aumentati del 57%, con volumi per 23 mld di dollari, ci sono stati investimenti importanti da parte di venture capitalist in società che sviluppano servizi nel settore e i commercianti che accettano pagamenti in bitcoin hanno raggiunto quota 100 mila. L’Indro ha seguito l’evoluzione di Bitcoin nel corso degli anni, approfondendone la struttura tecnica con Stefano Pepe, un esperto del settore e membro di Bitcoin Foundation Italia e chiedendo agli addetti ai lavori pareri sui rischi connessi all’espansione di questo tipo di strumenti. Certo questa moneta è ben lontana dalla vita quotidiana della stragrande maggioranza delle persone, che si muove comodamente nei circuiti finanziari tradizionali, ma le istituzioni finanziarie stesse hanno cominciato da qualche tempo a occuparsi del fenomeno. Così l’Eba, l’Authority bancaria europea, si è espressa a luglio del 2014 con un report ricco di perplessità, e qualche settimana fa è arrivata la spallata di Bankitalia, la quale nel bollettino di vigilanza di gennaio si è occupata proprio di monete virtuali. La posizione di Via Nazionale è netta e sembra non ammettere obiezioni; invece L’Indro ha chiesto a Franco Cimatti, Presidente di Bitcoin Foundation Italia, di replicare e dare la sua versione dei fatti, e ha interpellato anche Giacomo Zucco, altro membro di rilievo del movimento Bitcoin e Vice-Presidente di AssoB.IT (nonchè e portavoce della sezione italiana del movimento libertario anti-tasse Tea party).

Bombana: Nel suo bollettino Bankitalia ha esplicitamente «scoraggiato banche e altri intermediari vigilati dall’acquistare, detenere o vendere valute virtuali». Che idea vi siete fatti in merito alle ragioni di questo richiamo?

Cimatti: Penso che sia errato dire che ‘scoraggiano’ il fenomeno. Il loro intento è di far capire bene ai clienti che loro non si occupano direttamente di questa realtà, e quindi mettono le mani avanti per scaricare in anticipo qualsiasi responsabilità. A questo scopo indicano di non “toccare” questa tecnologia/moneta. Il motivo è semplice: questa tecnologia oltre che essere del tutto nuova, non è controllabile, e gli Stati non hanno gli strumenti legislativi subito pronti per essere usati. Le banche insomma non possono avere la sicurezza di trovarsi in una situazione in cui davanti a un giudice avrebbero la certezza della ragione, se qualcosa andasse storto.

Zucco: Ho qualche perplessità ad adottare la terminologia proposta dalla Banca d’Italia per quanto riguarda il Bitcoin. Almeno per il momento è discutibile che esso rappresenti una ‘valuta’ nel senso comune del termine, e sicuramente la sua caratteristica particolare non è quella di essere ‘virtuale’: anche la gran parte della massa monetaria delle monete a corso legale è oggi virtuale, o meglio ‘digitale’, ovvero costituita da record informatici senza alcuna controparte fisica: la gran parte degli euro è digitale esattamente come i bitcoin! La vera differenza è solo come vengono salvati e modificati questi record informatici: in un contesto centralizzato, monopolistico e completamente fiduciario le valute nazionali, in un contesto decentralizzato, concorrenziale e “trust-less” le cosiddette ‘monete matematiche’ come bitcoin. Il termine ‘valute virtuali’ è un calderone in cui vengono messi insieme indistintamente titoli fiduciari con sottostante in euro, come ad esempio i sardex, con vere e proprie commodities digitali come i bitcoin. Premesso questo, la diffidenza da parte degli attuali monopolisti legali del mercato monetario verso nuove sfide di concorrenza è del tutto prevedibile e comprensibile. La tecnologia Bitcoin rappresenta per le banche centrali quello che applicazioni come Uber rappresentano per le lobby dei taxisti, o quello che il file sharing p2p ha rappresentato per l’industria dell’intrattenimento. Ciò detto, alcuni dei punti di attenzione evidenziati,soprattutto dall’Eba, si riferiscono a rischi reali: la volatilità estrema della commodity Bitcoin è al momento un rischio reale, per quanto ci siano modi per affrontarlo e ridurlo (come per esempio i payment processor o gli strumenti come BitReserve); così come reale è il rischio di furti e smarrimenti, per un asset digitale i cui trasferimenti sono di base irreversibili (ma anche sulla sicurezza si sta lavorando molto, per esempio con i wallet di ultima generazione comeGreenAddress).

Bombana: Il Bitcoin è nato nel 2009, le autorità europee si muovono solo ora per scoraggiare il fenomeno o avete già dovuto affrontare perplessità e ostacoli da parte delle istituzioni finanziarie di controllo?

Zucco: Per i primi anni il fenomeno Bitcoin è cresciuto nel più totale disinteresse da parte delle istituzioni. E grazie al Cielo! Quando era ancora abbastanza debole da poter essere molto facilmente fermato, sabotato o aggredito dalle istituzioni, il protocollo era per fortuna lontano dai riflettori. Ora che è oggetto di attenzione e apprensione, è molto robusto e difficile da arrestare.

Bombana: Tra l’altro pare che negli Stati Uniti il dibattito sulla regolazione delle monete virtuali sia già entrato nel vivo, com’è la situazione Oltreoceano? Si registra lo stesso clima di chiusura totale?

Zucco: Non definirei la situazione europea o italiana ‘di chiusura totale’. C’è diffidenza, com’è naturale. C’è anche molta ignoranza e mancanza di preparazione sull’argomento. È anche per questo che i principali attori del settore, in Italia, si sono uniti sotto l’insegna associativa diAssoB.IT, con l’obiettivo di fare chiarezza, su quali siano i rischi reali e le reali opportunità, spiegare la vera natura e la vera portata di questa tecnologia. Negli Stati Uniti la situazione è più ambigua: da una parte c’è più apertura che nell’Europa continentale per tutto ciò che è innovazione tecnologica (basti pensare alla Silicon Valley), dall’altra, tuttavia, dal patriot act in poi si è stratificata una rete intricatissima di controlli, vincoli e burocrazie su qualsiasi cosa riguardi il denaro o la finanza. Probabilmente uno degli ambienti normativamente favorevoli a Bitcoin è il Regno Unito, dove la finanza è relativamente libera e l’innovazione tecnologica trova comunque terreno fertile.

Bombana: Nello specifico Bankitalia sottolinea che in assenza di un quadro normativo «certo sulla natura giuridica delle valute virtuali» esistono rischi rilevanti di esposizione a perdite finanziarie, in grado di «inficiare la stabilità stessa delgli intermediari». Siete d’accordo con questa affermazione? Reputate realistico, guardando al volume complessivo delle transazioni operate in Bitcoin, che un intermediario possa essere travolto dalle perdite generate da eventuali oscillazioni della valuta?

Cimatti: Sì, sono d’accordo. Questa tecnologia, intesa più che altro come il suo mercato, non è controllabile, o comunque, non nei modi e con gli strumenti abitualmente usati dagli attuali organi bancari, ed è in continua evoluzione. I rischi ci sono, ma penso che il principale problema sia l’impreparazione di queste istituzioni. È vero però che l’attuale volume e numero di transazioni è irrisorio rispetto al normale mercato valutario; non credo che siano i volumi a preoccupare infatti, ma appunto il fatto di percepire il grosso potenziale e allo stesso tempo essere impreparati di fronte a possibili imprevisti.

Zucco: I rischi di esposizione a perdite finanziarie ci sono e sono effettivamente rilevanti, per l’appunto sia a causa dell’altissima volatilità della commodity Bitcoin che alla relativa immaturità dell’ecosistema tecnologico (ogni nuova tecnologia comporta dei rischi), ma non è nulla che si risolva con quadri normativi o altre alchimie politiche e burocratiche. Volatilità e sicurezza sono temi di cui l’evoluzione stessa della tecnologia si occuperà: le soluzioni verranno dall’innovazione, dall’impresa, dall’inventiva, dal processo di tentativi ed errori, dall’apprendimento (anche traumatico). Inoltre la capitalizzazione globale del Bitcoin è oggi di pochi miliardi di dollari: praticamente un giocattolo. La volatilità è anche e soprattutto dipendente da questo. Se un intermediario si esponesse al rischio volatilità per cifre davvero importanti, di conseguenza la capitalizzazione aumenterebbe notevolmente, riducendo gradualmente, a tendere, la volatilità stessa.

Bombana: La Banca centrale italiana, sempre nel suo bollettino, arriva a ipotizzare che «le concrete modalità di funzionamento degli schemi di valuta virtuale possono integrare, nell’ordinamento nazionale, la violazione di disposizioni normative, penalmente sanzionate». Riuscite a immaginare quali sarebbero i reati eventuali commessi dagli intermediari finanziari che dovessero accettare di operare anche coi Bitcoin? Tra l’altro, al di fuori del perimetro di vigilanza di Bankitalia, oggi esistono società che si comportano come banche di deposito di Bitcoin e come piattaforme di scambio di valute virtuali. Forse Bankitalia voleva con questa affermazione accendere un faro proprio su queste realtà? Nel caso ritenete concreta la possibilità che la magistratura italiana si muova su realtà accessibili sì da utenti web italiani, ma legalmente ubicate fuori dal nostro Paese?

Cimatti: Bankitalia non può dettare leggi e non è un giudice, ma fa notare che chi fa da intermediario come suo principale business, cioè gli exchange, è facile che debba rispettare le norme AML e KYC. Il motivo principale è che queste entità entrano a contatto con le valute gestite da Bankitalia e Bce. Non ci sono norme precise in questo senso ed è probabile che si andrà ad intepretazione, e come ultima possibilità ci saranno nuove norme. Regolamentare exchange che operino ‘solo’ in crittovalute è invece del tutto inutile in quanto impossibile; sarebbe come tentare di bloccare l’accesso a semplici servizi Internet all’estero. Non ha mai funzionato, vedi i vari casi di siti dedicati alla diffusione di materiale digitale, come il famoso Thepiratebay, tutt’ora accessibile.

Zucco: Allo stato dei fatti non riesco a immaginare nulla di sostanziale: con una liquidità così ridotta, operazioni di riciclaggio come quelle ventilate da Bankitalia sono sostanzialmente impossibili. Forse avrebbe senso come ipotesi di scuola su un futuro in cui la tecnologia ha davvero preso piede. Ma in generale la questione esiste: l’ordinamento nazionale si basa sul controllo capillare da parte delle istituzioni centrali di ogni movimento finanziario, mentre la tecnologia Bitcoin nasce proprio per ridare alle persone la possibilità di conservare e scambiare le proprie risorse in sicurezza, privacy e libertà. Per quanto riguarda invece il problema delle piattaforme di scambio che sono collassate, per errore o per frode, come per esempio nel celebre caso di MtGox, non è in alcun modo legato all’utilizzo della tecnologia Bitcoin. Anzi, è vero l’esatto contrario: truffe fallimenti sono stati causati dalla natura fiduciaria e centralizzata di questi enti, natura che li accomuna proprio alle banche tradizionali, mentre con Bitcoin “tu sei la tua banca”, e nessun intermediario può portarti via nulla.

Bombana: Abbiamo parlato di chiusura da parte delle Authority di controllo verso il fenomeno. In realtà nel rapporto Eba del 2014 si ammettono «i benefici potenziali, fra cui transazioni più facili e veloci e l’inclusione finanziaria», derivanti dalla diffusione delle monete virtuali. L’Eba aggiunge però subito dopo che al momento la mancanza di norme ben definite «rende i rischi maggiori dei benefici». Forse spronando il legislatore a indagare la materia (a proposito, a che punto è il dibattito politico-parlamentare in Italia, se mai è stato avviato?) e a deliberare in proposito si supererebbero più facilmente le tante resistenze. Vi interessa incanalare i vostri sforzi nelle dialettica politico-istituzionale oppure il movimento Bitcoin è intenzionato a evolversi parallelamente alle istituzioni politiche ed economiche?

Cimatti: Riguardo agli interventi a cui ho partecipato, e sentendo il parere della comunità italiana, posso dire che c’è una discreta apertura sul fatto che grosse entità dedicate allo scambio di valute a corso legale vs Bitcoin/crittovalute vengano regolamentate. Parlo appunto degli exchange, ma si tratta anche di escludere invece quelle piccole entità che effettuino scambi occasionali, o di bassi volumi annuali, o di persona in persona. Ancora, riguardo alla regolamentazione delle entità, private, grandi e piccole, che operino esclusivamente nell’ambito delle crittovalute, anche qui si parla di totale esclusione. L’idea è che debba essere il mercato, con le proprie soluzioni, a trovare la miglior via per soddisfare ed eventualmente proteggere i propri clienti, mentre le crittovalute sono semplici ‘informazioni’ che viaggiano su Internet e pensare di regolamentare è come pensare di decidere come devono funzionare tutte le chat sparse per tutto il web. Il consiglio che diamo a tutti è di andare con i piedi di piombo, e informarsi bene su chi e come vengono forniti eventualmente questi nuovi servizi, poiché l’utente deve avere un grosso spazio e libertà di scelta, ma allo stesso tempo deve anche diventare più responsabile delle proprie azioni e decisioni. L’idea di base è che questa nuova tecnologia, che non è solo una moneta, debba essere sfruttata a fondo per riuscire a fornire quante più soluzioni alternative a quelle implementate dalle istituzioni. Idealmente sarebbe ottimo che tutto lo Stato e i suoi servizi fossero forniti tramite sistemi decentralizzati e al sicuro dall’errore umano e oltretutto impossibili da corrompere o sfruttare.

Zucco: Il dibattito politico-parlamentare è stato avviato con iniziative sporadiche, ma ancora non ha raggiunto una sistematicità. C’è stato un disegno di legge presentato e poi ritirato dal deputato Sergio Boccadutri (Partito Democratico, ndr). Hanno fatto poi seguito alcuni incontri, con partecipazione di politici e di esperti del settore. Il dibattito sulla scelta tra incanalare sforzi nella dialettica politico-istituzionale o evolversi parallelamente alle istituzioni (o addirittura in contrasto ad esse) è molto intenso nella community Bitcoin, non solo in Italia ma direi ovunque. Qui da noi stiamo percorrendo entrambi gli approcci: il primo con l’associazione di categoria dei business del settore, la neonata AssoB.IT, la seconda con la Bitcoin Foundation Italia. La mia convinzione è che entrambi gli approcci siano utili e complementari: il primo serve a proteggere i pionieri di questa rivoluzione tecnologica nel breve periodo, il secondo sarà invece l’approccio prevalente sul lungo periodo, quando e se la tecnologia svolgerà bene il suo lavoro.

Bombana: Avete mai registrato un interesse da parte di partiti politici nei confronti del fenomeno?

Cimatti: Mi vengono in mente il Partito Pirata italiano, il movimento Tea Party italiano e il partito Liberi Comuni. Questa comunque non è una tecnologia che abbia bisogno di forze politiche per diffondersi, tutt’altro. Nella sua evoluzione deve solo diventare più utile in vari campi e facile da usare.

Zucco: I partiti politici mainstream per ora non si sono mai interessati di Bitcoin (se si esclude qualche uscita della Lega Nord relativa a un fantomatico rischio di «finanziamenti all’ISIS tramite bitcoin»). Alcuni singoli esponenti politici invece sì: il Senatore Stefano Quintarelli (che però, oltre e prima che un politico, è stato un imprenditore di esperienza, un tecnico e uno dei pionieri nell’introduzione di Internet in Italia) è addirittura tra i soci fondatori di AssoB.IT.

Bombana: Il movimento Bitcoin sembra aver resistito alla grande a un 2014 difficile: il valore della moneta ha subìto un calo del 67%, tuttavia gli scambi commerciali sono aumentati e sembra esserci molta fiducia attorno a questa realtà. Qual è la vostra opinione sulle prospettive di crescita di Bitcoin?

Cimatti: Ciò che conta di più del prezzo ora è il numero di transazioni, di cui si può vedere vederequi un grafico. Il prezzo è un problema se si considera il Bitcoin già una riserva di valore, e attualmente il mercato è ancora troppo acerbo per ottenere una tale sicurezza. Ma per quanto riguarda un arco di tempo più piccolo, cioè quanto basta per ‘spostare valore’, il Bitcoin è già ottimo a questo scopo. Il numero delle transazioni per ora è in costante crescita, questo vuol dire che anche i suoi utilizzatori stanno aumentando, mentre le prospettive di crescita del Bitcoin sono legate alla semplificazione dei suoi strumenti operativi. Più questi diventano semplici, e rendono ‘invisibile’ il suo funzionamento all’utente, più è facile che quest’ultimo ne faccia uso senza rimanere impaurito dalla complessità tecnica: anche una macchina è molto complessa, eppure la maggior parte delle persone ne fa largo uso sapendo bben poco del suo funzionamento; lo stesso avverrà con l’evoluzione del Bitcoin e dei suoi strumenti.

Zucco: La mia opinione è che ci troviamo davanti, nella più prudente delle stime, a una rivoluzione paragonabile a quella del file-sharing p2p nei contenuti digitali (musica, film, serie tv), che ha cambiato il volto all’industria dell’intratteniemento. Una stima più ragionevole è che ci troviamo davanti a una rivoluzione della stessa portata di internet: anzi, al completamento della rivoluzione di internet (già profetizzato da Milton Friedman) con l’introduzione di un sistema per trasferire non solo informazioni, ma anche proprietà scarse. Lasciando ancora un po’ più spazio all’entusiasmo, alcuni parlano di una rivoluzione paragonabile all’introduzione della stampa a caratteri mobili, o a una vera e propria ‘singolarità tecnologica’. Di sicuro, anche in questa ipotesi, è difficilissimo prevedere le tempistiche, e non è affatto detto che la strada sia dritta e lineare, e non invece caratterizzata da brusche battute d’arresto o addirittura inversioni di marcia temporanee.

Bombana: Tra l’altro che cosa, secondo voi, ha reso Bitcoin così importante rispetto alla miriade di moneta virtuali che sono nate in questi anni? Esistono delle specifiche tecniche che ne hanno decretato la supremazia o c’è dell’altro?

Cimatti: Il Bitcoin è più famoso delle altre alternative prima di tutto per l’effetto network. La maggior parte degli utilizzatori e dei servizi legati alle crittovalute supporta il Bitcoin perchè sono nati e hanno iniziato a utilizzarlo quando c’era solo quello. Se fossero nate più crittovalute tutte insieme, forse ora non sarebbe il Bitcoin a tenere la maggior parte del mercato. Ma anche questo non è detto, il potenziale di un network di crittovalute, è anche legato alle capacità, alle conoscenze e alle scelte dei suoi principali sviluppatori. Magari il team dell’attuale client più diffuso è formato proprio da un gruppo di persone adeguatamente preparate. Visto che poi i vari utenti e servizi scelgono di continuare ad usare il loro client, significa che la comunità in larga parte si fida di loro. Se questa opinione cambierà, ci saranno altri client alternativi, sempre legati al network Bitcoin, che prenderanno il suo posto.

Zucco: Ribadisco l’ambiguità del termine ‘monete virtuali’. Molte delle realtà che ricadono sotto questo nome non hanno nulla a che vedere con Bitcoin: sono semplici titoli fiduciari veicolati tramite informazioni virtuali. Bitcoin è una vera e propria piattaforma decentralizzata e peer-to-peer per il trasferimento digitale di asset scarsi: non è esistito nulla di paragonabile prima, e non esiste ora nulla di paragonabile fuori dalle cosiddette ‘blockchain technologies’. Se invece ci si riferisce agli innumerevoli ‘cloni’ di Bitcoin, che ne condividono tutte le caratteristiche tecniche di base (e in alcuni casi ne aggiungono di ulteriori), allora il punto sta negli effetti di rete: Bitcoin è stato il primo protocollo di questo tipo ed è oggi il più diffuso, il più sicuro, con maggiori risorse in termini di sicurezza e potenza di calcolo, con maggiore accettazione a livello commerciale, con maggiori investimenti sull’ecosistema e sull’innovazione continua, con la più lunga storia di sperimentazione sul campo. È uno standard di fatto: aderirvi (eventualmente costruendovi sopra) è molto meno costoso che tentare di ripartire da zero con un’alternativa. Bitcoin non è un singolo prodotto come MySpace, poi soppiantato da Facebook, o come Altavista, poi soppiantato da Google: è invece uno standard aperto come la stessa Internet. Le cosiddette ‘altcoin’ sono ottimi laboratori per sperimentare, provare, sbagliare, ma dubito che qualcuna di esse possa competere con lo standard, specie in presenza di ‘network effects’ tanto forti.

Bombana: Ha fatto notizia il fatto che da qualche mese in Gran Bretagna la catena di hardware Dell accetti pagamenti in Bitcoin. Se non sbaglio si tratta di uno dei primi casi di ‘inclusione’ da parte di una grande società fisica. In realtà pare che Dell non incassi fisicamente bitcoin, ma si appoggi a Coinbase, società cambiavalute, facendosi così saldare in valuta corrente. Vedete dei rischi in questo tipo di strategia da parte di grandi catene commerciali, che potrebbero far l’occhiolino al movimento senza però accollarsi i rischi finanziari connessi alle fluttuazioni? Sarebbe come se una società accettasse una valuta emergente, ad esempio rupie indiane, salvo però poi esigere un tasso fisso di cambio da una società cambiavalute, evitando così qualsiasi rischio sul mercato valutario.

Cimatti: Va bene comunque. Considerando ora il Bitcoin semplicemente come una moneta, la scelta dell’utente di farne uso, di ‘accettarla’ (magari per un lavoro) o anche solo di provarla, è legata alla sua sicurezza di poterne poi facilmente fare uso per qualcos’altro in futuro. Se anche quindi la maggior parte dei servizi che accettano Bitcoin, lo facesse riconvertendoli direttamente, comunque andrebbe bene. Un servizio magari non può permettersi grossi rischi, visto gli eventuali grossi volumi di valore che muove, ma invece un utente comune può permettersi di rischiare una piccola quantità delle sue entrate, giusto per provare. Quindi, tale ipotetico utente sarebbe più incentivato a provare se fosse certo di potersi comprare tutto ciò di cui ha bisogno e potrebbe anche pensare di metterne da parte senza bisogno, senza preoccuparsi di correre a spenderli subito. Lo stesso vale per eventuali servizi, che si troverebbero magari dei fornitori che accettano Bitcoin. Immaginate ad esempio un panettiere, che ha bisogno della farina; magari il mugnaio che conosce converte direttamente i Bitcoin in euro, ma questo al panettiere non interesserebbe. Potrebbe già bastare a far sì che lui iniziasse ad accettare Bitcoin senza convertirli direttamente, sicuro di poterli poi spendere dal mugnaio. Via via che ogni entità all’interno del circuito di scambio avesse sempre più fiducia nell’uso di tale moneta, calerebbe sempre di più l’uso di intermediari per la conversione. Penso che sia solo questione di tempo.

Zucco: Non vedo propriamente un ‘rischio’, in questa strategia. Mi sembra abbastanza naturale, è comprensibile, è razionale, e non credo risulterà particolarmente dannosa sul lungo termine. Sul breve termine, molto probabilmente, è stata una delle concause dell’abbassamento del prezzo: i modi di spendere bitcoin per i vecchi possessori si sono moltiplicati, ma questi bitcoin sono stati riversati sul mercato dai payment processor come Coinbase, mentre dall’altro lato della questione è rimasto sempre decisamente difficile comprare bitcoin per i nuovi aspiranti possessori. Quando, oltre ai payment processor che permettono agli esercenti di incassare moneta statale quando i clienti pagano in bitcoin, proliferanno anche degli operatori finanziari che permettono agli investitori di acquistare bitcoin, con un click o una telefonata, allora le due forze realisticamente si bilanceranno. Con la crescita dell’adozione e del prezzo si ridurrà la volatilità, e con la riduzione della volatilità verrà forse meno, gradualmente e lentamente, l’utilità dei payment processor.

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