12 settembre Articoli

scrive il bravo Forchielli:

Ho pensato a questo libro come un dovere civico. Non si può restare indifferenti di fronte al declino morale e materiale del nostro paese. Non si può rimanere intellettualmente inermi a seguito di una progressiva, inarrestabile, umiliante perdita di reputazione Internazionale. L’Italia vanta riconoscimenti straordinari. È il paese riconosciuto come centro dell’arte, della cultura, talvolta dell’economia, dei viaggi, delle scoperte, delle invenzioni. Non è la retorica nazionalista a muovermi, quanto la convinzione che oggettivamente l’Italia ha queste caratteristiche. Scriverei questo libro anche se non fossi italiano, anche se appartenessi alla categoria sempre più vasta dei “cittadini del mondo”. Tuttavia piange il cuore ed anche il cervello assistere a una discesa inarrestabile, ormai certificata da tutti gli standard.
L’Italia sembra precipitare in tutte le statistiche: siamo costantemente in recessione economica, il paese che nell’ultimo decennio è cresciuto di meno al mondo (credo che ormai l’espressione sia impropria perché dovremmo parlare di decrescita…). Non sono un sostenitore della decrescita felice, non mi convincono le teorie di chi vorrebbe fermare l’offerta di nuovi prodotti. La crescita va regolata, non deve diventare un totem, un’ossessione per Ragionieri dello Stato. La frugalità può essere uno stile di vita, ma la natura umana è tesa alla crescita, non alla conservazione. I bonsai, per rimanere piccoli, hanno bisogno di interventi dolorosi. Ecco perché la recessione è regresso. Se l’economia non cresce, il tempo lavora contro di noi. Il suo scorrere ci fa diventare più poveri. L’Italia sta diventando un paese sempre più povero. Ciò potrebbe essere accettabile, l’ennesimo spostamento del pendolo, se ci fosse una speranza, un’illusione interna al nostro paese. Questo, lo sappiamo tutti, è difficile da dimostrare. Tutti gli indici sono contrari nel dimostrarlo. Ci penalizzano il numero dei laureati, i conoscitori dell’inglese, i suonatori di strumenti musicali, i visitatori dei musei, i lettori di libri, i viaggiatori in luoghi remoti, le pubblicazioni scientifiche, il prevalere del gossip e delle foto anche nella stampa presunta specializzata. Una drammatica conseguenza di questa situazione è la perdita di lavoro, un risultato che deriva da 2 addendi drammatici: la chiusura irreversibile di posti di fabbriche e uffici e il mancato ingresso nel mondo del lavoro di forze giovani.
La sintesi complessiva del libro  è la colpevolezza della politica. È vero, ma non basta. Essa non è composta soltanto da persone incompetenti, avide o corrotte. È il frutto di idee sbagliate, dure a morire. È il risultato di processi culturali prima ancora che elettorali.
Chi vive all’estero, ma si sente ancora profondamente italiano, ha probabilmente gli strumenti giusti per analizzare e trovare soluzioni. L’ambizione di questo libro rientra in questa sfera: fornire a genitori e figli uno strumento conoscitivo e modeste proposte per uscire dall’impasse. Prima ancora di essere un manuale, si presenta come una riflessione. Anche con spietatezza, dobbiamo esaminare i nostri errori, perché il tempo non è più una risorsa infinita. Abbiamo il più grande bacino naturale, artistico, culturale al mondo. Perché i turisti scelgono altre mete? Rispondere compiutamente a questa domanda, aiuta a farlo con quelle centrali per il libro: c’è speranza di lavoro in Italia? È necessario emigrare? Farlo, è un arricchimento o un perdita? Nella globalizzazione, le risposte diventano più complesse, meno unidirezionali. Un padre e una madre italiani soffrono di più per un figlio lontano o nel vederlo frustrato dalla mancanza di lavoro a casa? E poi: qual è oggi il concetto di casa?
Schengen ha abbattuto le frontiere, i voli low cost facilitano gli spostamenti, skype annulla i costi telefonici. Forse i genitori italiani della mia età amano ricordare le difficoltà del loro primo viaggio in Francia, con la necessità di portarsi un dizionario, di cambiare le lire in franchi, di acquistare il quotidiano italiano alla frontiera e di portarsi la scorta di spaghetti in valigia (non si sa mai…e poi ricordarsi di comprare la cioccolata in Svizzera al ritorno). Oggi quei tempi sono consegnati alla preistoria, ma sono duri a morire nelle menti conservatrici.

Questo libro vuol dimostrare che lavorare all’estero è ragionevolmente giusto, è talvolta auspicabile, altre difficile. In ogni caso è possibile, più praticabile e meno complicato che in passato. Complica la vita, ma la vita e in se stessa complicata, quindi aiuta ad affrontarla meglio. Diceva Tarzan a Jane: “It’s a jungle out there!”. Anche oggi la vita può essere una giungla, ma il miglior modo per non subirla è attrezzarsi. Lì, come nella vita, ci sono serpenti e tigri, ma si possono trovare anche rose e fiori.


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